martedì 1 agosto 2017

Panoramiche con la Superwide

Da tempo desideravo poter scattare fotografie panoramiche di qualità, dove per qualità, non mi fraintendano gli artisti, intendo dettaglio sui bordi, cosa notoriamente carente sui grandangoli commerciali ed anche sulla maggior parte delle macchinette ad obiettivo rotante.

Come già fece in passato Rino Giardiello, che ringrazio per avermi indicato il suo articolo su Nadir, ho adattato una pellicola 135 alla mia Hasselblad Superwide, il cui spettacolare obiettivo Biogon 38/4.5 rimane ancor oggi un capolavoro nella storia dei grandangolari.

Certo, obietteranno i più attenti, ha solo 90° di campo inquadrato, laddove una Horizon(t) ne copre quasi il doppio. Ma poi, che ne facciamo di negativi così lunghi? Quando vanno in stampa è una tragedia, per quanto lunghe le si faccia, le stampe risultano sempre troppo basse e l'effetto è piuttosto misero come si può facilmente vedere: questa stampa da Horizon è lunga 50 cm ed alta 20 cm.




In ogni caso la definizione dei dettagli fini è carente, e non riesce a comunicare quel piacevole senso di stupore che si ha nel cercare i particolari su stampe del genere.

Il formato troppo lungo poi costringe ad esplorare l'immagine ed impedisce di costruire centri di interesse, in pratica è un formato dispersivo.

La horizon infine, come molte macchine  a molla,  può avere irregolarità nel movimento di rotazione, che si traducono in bande di esposizione differente sul negativo.



Per quanta attenzione si metta, i negativi rovinati risultano piuttosto frequenti sul rullo, rendendo odioso l'uso della macchina: l'alea dello scatto sbagliato alla fine rovina il piacere di fotografare.

Tornando al Biogon un'altra obiezione a cui debbo rispondere è: "ma perché non usare direttamente la pellicola 120 e poi ritagliare in stampa?".
Sostanzialmente per due motivi: con un rullo 135-36 ottengo 24 pose al posto di 12 (e non mi si dica di usare rulli 220, sono introvabili e carissimi); poi perché alcune pellicole esistono solo in formato 135, quindi la scelta è più ampia. Infine ragionare già in formato panoramico, come si vedrà più avanti, è propedeutico ad una migliore composizione. Ma questo si potrebbe farlo anche con il 120, diciamo che c'è anche la voglia di "farlo strano".

Per arrivare al compimento ed ottenere il risultato voluto mi ci è voluto un po' di tempo, ma la soddisfazione è stata notevole, anche in virtù del fatto che questo lavoro è destinato a prendere corpo sulle dolomiti, fra meno di due settimane.

Intanto qualche osservazione preliminare: una pellicola 135/36 è lunga circa 160 centimetri, mentre il fotogramma impresso dalla Hasselblad è lungo 56 millimetri. Considerando la spaziatura tra i fotogrammi (3-6 mm), almeno 24 scatti lunghi 56 ed alti 24 millimetri sono assicurati.
Bisogna però usare un magazzino da 24 pose (ve li tirano dietro), e gli adattatori per montare il rullo 135 al posto del rullo 120.
Questi ultimi, grazie alla tecnologia delle stampanti 3D sono diventati normalmente disponibili su ebay, basta cercare "film adapter 35 120".

Sono brutti e mal rifiniti, ma assolvono il loro scopo, che è quello di centrare il rullo 135 sulla piastra pressa pellicola (se qualche tornitore si offrisse per regalarmene una coppia fatta in ottone, non disdegnerei affatto):




Il rocchetto ricevente non può essere una normale spoletta 120, non garantirebbe che la pellicola arrotolandosi resti centrata, rischiando una deriva che farebbe perdere l'orizzontalità dello scatto.
Quando ho comprato gli adattatori non mi sono accorto che altri venditori vendono anche il rocchetto  ricevente già sagomato, ma fortunatamente avevo in casa un kit Flexkin, che è l'omologo Meopta del Rolleikin, comprato molti anni fa per tentare di adattare il 135 sulla Yashicamat (che non ha mai prodotto l'adattatore); purtroppo però il Flexkin, concepito per la biottica Flexaret, non è compatibile con la Yashicamat, quindi quel kit finì nel cassetto degli acquisti incauti.

Il rocchetto ricevente Flexkin è perfetto per lo scopo ed è molto più bello e rifinito dei rigurgiti delle stampanti 3D; inoltre, grazie ad una fessura di spessore digradante, con estremità a coltello, trattiene fermamente la pellicola impedendole di srotolarsi, cosa decisamente utile:




La buona notizia è che i kit Flexkin costano poco.
Sul rocchetto ho provveduto ad apporre un punto rosso (ed uno verde diametralmente opposto); più avanti scoprirete il perché.

A questo punto si montano il rullino 135 sui suoi supporti ed il rocchetto Flexkin nel portarulli del magazzino 24 pose:




Ma prima di arrivare a questo passo è necessario fare alcune considerazioni sui magazzini Hasselblad.

Posto che il magazzino sia in ordine (ed il mio non lo era, sovrapponeva fotogrammi ed aveva una spaziatura alterata, cosa che ha richiesto una revisione profonda), bisogna osservare che i rulli 120 hanno un lungo tratto iniziale di carta nera che serve a proteggere la pellicola dalla luce, e questo tratto viene srotolato dal magazzino quando si monta il rullo, per arrivare alla prima posa utile, manovrando la piccola manovella sino all'arresto (oppure il galletto pieghevole nel caso dei magazzini C, non automatici); in ogni caso il magazzino alla fine si blocca sulla posizione 1 dando il consenso alla fotocamera per lo scatto.
Il tratto protettivo di carta è lungo circa 40 centimetri, quindi se noi montiamo una pellicola 135, che è priva della carta, sprechiamo 40 centimetri di pellicola, cioè un quarto della sua lunghezza complessiva.
Si potrebbe pensare di non girare tutta la manovellina non arrivando alla posa 1 ed infischiandosene della numerazione alterata, il cui conteggio parte una volta srotolati i primi 40 centimetri di pellicola.
Ma ahimé durante questa fase il cerchio a dividere della ruota contafotogrammi non è ancora attivo, quindi la spaziatura dei primi scatti sarebbe errata, con sovrapposizioni o spaziature eccessive in base alla minore o maggiore resistenza offerta dal trascinamento, non regolata dal cerchio a dividere.

E' indispensabile quindi portare il magazzino alla posa 1.

La soluzione, salomonica, consiste nell'aggiungere alla pellicola un tratto iniziale di 40 centimetri, bloccato con del nastro adesivo, che si srotolerà al posto della carta, portando la pellicola sensibile alla posa 1 senza sprecare nemmeno un fotogramma. Una volta fatta la giunta si fa rientrare la pellicola nel rullino, dove trova comodamente posto.



Dopo la revisione del magazzino che spaziava male, sono occorse diverse prove per determinare un punto di partenza per trovare una "regola di caricamento".

Magazzino C24: in alto i ruotismi di caricamento,
al centro il galletto di manovra,
in basso la ruota contafotogrammi
con la complessa meccanica di segnalazione.


E la regola è risultata essere semplice: una volta inserita la pellicola nel rocchetto, occorre girarlo per due giri e mezzo, in modo da tendere la pellicola ed essere sicuro che sia assicurata saldamente alla spoletta, dopodiché si chiude il magazzino e lo si carica normalmente sino alla posa 1.
Ecco il perché dei due punti colorati, mi permettono di contare facilmente giri e mezzi giri della spoletta.







Ho sacrificato un rullino, segnando col pennarello la sagoma della finestra sul fotogramma ad ogni caricamento, e verificando alla fine che non vi fossero sovrapposizioni od errate spaziature.

Naturalmente l'operazione di caricamento si fa col volet chiuso, io l'ho rimosso per mostrare meglio il lavoro fatto.

Questo conclude la parte meccanica e bisogna osservare che lo srotolamento della pellicola avviene in senso verticale, quindi la fotocamera va girata di 90 gradi per fare una panoramica orizzontale.

Ciò crea una notevole seccatura durante l'inquadratura, non ci sono riferimenti, e la postura scomoda rende tutto più difficile. Quando una cosa è difficile o antipatica, la fai una volta, e poi mai più.

Quindi ho pensato ad una modifica del mirino, per restringere il campo inquadrato ed offrire un ausilio alla composizione che renda il gesto fotografico meno sgradevole.

Dispongo fortunatamente di un mascherino 16S per il mirino, che serve a restringere il campo inquadrato quando si usano i magazzini superslide.

Ho tranciato quindi con una fustella da 34mm un foglio di plastica nero spesso meno di un millimetro recuperato dalla scatola di un telefonino, poi fatti due conti ed una proporzione, ho disegnato e ritagliato con un coltello da disegno la feritoia che corrisponde al campo inquadrato dalla pellicola 135/36 (senza considerare la perforazione, che non mi interessa visualizzare nell'inquadratura).
Poiché il taglio a mano, nonostante la rettifica successiva con lime e carta abrasiva non può venire perfetto, ho recuperato le lame di acciaio di un otturatore copal del 1972, sottilissime, nere e con un bordo perfettamente retto, e le ho incollate con mastice sul supporto in plastica ritagliato. Il risultato è altamente professionale.

 




In alternativa si può usare il mascherino 16 al posto del 16S,
riduce leggermente la troncatura del campo inquadrato in altezza.


Nota 1: il mascherino 16S intercetta la fessura ritagliata, stringendola in altezza, ma nel mirino si vede il bordo del riquadro che corrisponde alla massima ampiezza, quindi la posizione effettiva c'è, anche se non ci si vede attraverso, basta muovere leggermente la macchina per capire dove finisce lo scatto.

Nota 2: in mancanza del rarissimo mascherino 16S, o 16 (che ha la stessa altezza, è solo più largo per gli scatti 6x4.5, quindi risolve solo parzialmente il problema dell'intercettazione) si può usare del nastro nero da elettricista, che andrebbe applicato lasciando una finestra larga 7mm perfettamente centrata. Questo però impedisce l'uso normale della macchina e siccome io voglio alternare riprese grandangolari 6x6 a quelle panoramiche, la smontabilità del mirino "accessorio" mi risulta indispensabile.

Nota 3: durante l'uso con la macchina ribaltata non si può osservare la livella, quindi occorre molta attenzione nell'inquadratura. Ovviamente facendo una panoramica verticale ciò non accade, per esempio per soggetti stretti ed alti. La soluzione migliore è disporre la macchina sul cavalletto ed applicare una livella da slitta di quelle universali, alternandola col mirino sino a trovare la composizione perfetta; per gli scatti a mano libera il cielo provvederà.

Nota 4: la pellicola si riavvolge dentro il magazzino e non è protetta dalla luce se lo si apre. Quindi deve essere riavvolta nel suo caricatore in piena oscurità, tramite i blocchetti adattatori che assolvono anche questo scopo.


Nota 5 (molto importante): nel caso in cui si carichi la pellicola portandola troppo avanti, il ventiquattresimo fotogramma non uscirà, e la manopola della fotocamera si bloccherà senza compiere un giro completo. In questo caso non bisogna assolutamente sforzare, si inserisce invece il volet e staccato il magazzino si finisce il caricamento della fotocamera.

Nota 6: al posto di un magazzino 24 si può usare un magazzino C12 (non A12) avendo cura di azzerare il contapose arrivati alla dodicesima. Ma occorre prestare attenzione a non aprire lo sportellino posteriore che serve per ispezionare i numeri sulla carta dei rulli 120, si darebbe luce alla pellicola; in alternativa c'è il raro tappino hasselblad che chiude lo sportellino ma ad averlo siamo rimasti veramente in pochi.
I vecchi magazzini della serie C, non automatici, sono caratterizzati dal galletto pieghevole di caricamento pellicola a due funzioni, in senso orario avanza la pellicola, in senso antiorario sino all'arresto (un ottavo di giro) il contapose viene azzerato al numero 1. Ciò perché nel caricamento del rullo si apre lo sportello posteriore, si osserva la numerazione della carta in fondo al pozzetto, e quando si vede il numero uno si arresta il caricamento e si azzera il contapose.


magazzino C12 con sportello aperto
 
Prima della commercializzazione del magazzino C24 per potere usare i rulli 220 occorreva  utilizzare un tappino di plastica, dato a corredo con i primi magazzini A12 in modo da impedire l'ingresso di luce dal pozzetto posteriore (la pellicola 220 nella zona centrale è priva di carta protettiva) ed era necessario azzerare nuovamente il contapose arrivati alla 12, per poi fare gli altri 12 scatti, visto che il magazzino arrivato a fine rullo si blocca.



Il magazzino 220 della serie C tuttavia non ha le stesse caratteristiche degli altri: il coperchietto posteriore è avvitato e funge solo da promemoria, non esiste la funzione di azzeramento delle pose in quanto occorre girare il galletto sino all'arresto, come nei magazzini automatici. Infine è presente la spia presenza rullo/indicatore di consumo pellicola che in tutti i magazzini C è assente.

In pratica il magazzino C24 non è altro che un magazzino A24 con il galletto di carica pieghevole al posto della manovellina il plastica.



Ovviamente inserendo un rullino 135 nel portarulli la spia di presenza resterà sempre bianca e non diventerà via via sempre più rossa perché il rullo non diminuisce il suo diametro con l'aumentare degli scatti.


Alla fine di questa filippica, finalmente i risultati.






La nave antincendio "Bonassola"



Orologio del Palazzo San Giorgio








Aggiornamento 6 agosto.

La domenica è iniziata con un temporale che nel corso della mattinata si è dissolto, lasciando comunque una certa nuvolosità, quindi ho pensato di usare un filtro giallo da mezzo stop per fare risaltare le nuvole.
L'effetto l'ho ottenuto, ma il filtro si è mangiato la stupefacente nitidezza del Biogon. Quando si dice che i filtri vanno usati il meno possibile, non si tratta di terrorismo fotografico, è assoluta verità.

TriX 400.


Piazza Raffele de Ferrari

Piazza Corvetto


Belvedere da Spianata Castelletto


Vico San Matteo


Il sistema comunque è collaudato e funzionale, bisogna solo fare attenzione alla cecità sui bordi, nello scatto di piazza Corvetto non ho visto l'autobus sulla parte destra.

Arrivederci a dopo le ferie!

domenica 9 aprile 2017

Una giornata con la Super Wide.

La Hasselblad Super Wide, sensazionale e costosissima macchina super grandangolare fu presentata al Photokina del 1954, prima quindi della 500C, poi modificata e realizzata in diverse versioni, ma tutte caratterizzate dal leggendario obiettivo Biogon 38/4.5, come ben descrive l'amico Marco Cavina.

Il modello che uso io è stato realizzato nel 1973, quindi appartiene alla terza serie, con obiettivo C nero a caricamento automatico e collegato con l'avanzamento della pellicola sul magazzino.



E' una macchina antipatica da usare, si deve inquadrare tramite un mirino galileiano, che contemporaneamente consente di controllare la livella per l'orizzontalità, manovra scomoda e lenta.
A distanza ravvicinata subentra un errore di parallasse dovuto alla posizione sopraelevata del mirino di cui occorre tenere conto.
La messa a fuoco va fatta a stima perché è priva di qualsiasi ausilio anche se l'enorme profondità di campo di questo obiettivo rende agevole lavorare in iperfocale senza troppi problemi.
Il rumore dello scatto è ridicolo e non comunica nessuna piacevole sensazione, inoltre la macchina va tenuta all'altezza dell'occhio ed essendo pesante, dopo poco affatica; per migliorare l'ergonomia, a prezzo di un ulteriore appesantimento, si può usare la maniglia da avvitare sulla slitta cavalletto, che rende la SWC simile ad una cinepresa degli anni 50.
Ma non è tutto. Per la salute dei negativi, dato l'enorme angolo di campo del Biogon pari a 90°, è bene usare un paraluce compendium, dato che il piattino da caffé offerto come paraluce ha un'efficacia pari a zero.
Le premesse spiegano perché la uso poco, ma poiché avrei intenzione di usarla sulle dolomiti questa estate al posto del Distagon 40, ho pensato di metterla alla prova per le strade di Parma, dove ieri ho passato una gradevole giornata primaverile.
Avevo in frigo l'ultimo rullo di una pellicola che ho amato tantissimo, la Fuji Neopan 400, scaduto sei anni fa; perciò le ho reso l'onore delle armi. Un pizzico di benzotriazolo nello sviluppo mi ha assicurato l'assenza di velo, che temevo potesse guastarmi la gioia della giornata. Ho preferito usare l'effetto compensatore del D76 data la giornata soleggiata ed i forti contrasti della ripresa.

La Super Wide, usata a mano libera è un vero supplizio, si deve alternare lo sguardo tra il mirino per controllare la composizione, in una finestrella piccola come quella dello spioncino di una porta, ed il piccolo prisma laterale che consente la visione della livella torica, dove bisogna centrare la piccola bolla d'aria nel cerchietto di riferimento. Idea geniale, ma diabolica da mettere in pratica.








Ho deciso allora di fregarmente delle linee cadenti e di ignorare deliberatamente l'orizzontalità della fotocamera, in un impeto lomografo di pura e cristallina ignoranza fotografica contre-plongée; in fin dei conti credo di potermelo permettere.


L'uso di una 400 asa in pieno giorno mi ha sicuramente tolto il piacevole stupore nell'osservare i dettagli fini sul negativo, garantendomi in contropartita una profondità di campo da 65 centimetri ad infinito, tale da permettermi di impostarla all'inizio delle riprese e di dimentiramente totalmente. Altro che autofocus.












Due spettacolari Fiat Cansa degli anni 60


Un giretto su questa Subaru l'avrei fatto volentieri!


Inno alle linee cadenti del perfetto lomografo!



giovedì 23 febbraio 2017

La rivincita del Distagon

L'amico Francesco di Roma mi ha affibbiato un bel lavoretto: riparare un Distagon 50 serie C per hasselblad, con una vistosa ammaccatura sul portafiltri e la totale inoperatività dei tempi lenti e del diaframma; inoltre vi erano anche delle muffe sulle lenti.





Il problema più serio, nei casi in cui l'obiettivo sia caduto, è la difficoltà, anche notevole, che si può trovare nello smontarlo, a causa delle deformazioni subite.

In quegli anni tuttavia erano così lungimiranti in fase di progetto da prevedere la caduta dell'obiettivo tra i danni possibili, quindi realizzarono sistemi di montaggio tali da non essere pregiudicati da ammaccature.

In effetti l'anello di ritegno che blocca la campana ed il gruppo sottostante è arretrato rispetto alla filettatura del portafiltro, quindi in caso di ammaccatura, anche grave può essere smontato.

Ma in questo caso l'obiettivo è rimasto anche inutilizzato a lungo, probabilmente ha sviluppato ossidazione e inoltre la campana si sarà probabilmente ovalizzata a causa dell'urto; ciò non mi ha permesso di smontare l'anello "portanome" con i classici tamponi gommati:



Ho scaldato la campana per dilatarla, ma inutilmente, e poi ho provato anche con tubi di plastica dello stesso diametro dell'anello, sulla cui costa ho applicato un potente biadesivo poliuretanico, cosa che molto spesso mi ha tolto dalle secche, ma invano.
Ho fatto quindi presente a Francesco che avrei dovuto praticare due fori sull'anello, per poterlo svitare con una chiave a compasso, ma che li avrei anche verniciati in modo da renderli accettabili.

In questi casi occorre rinunciare alle lusinghe degli strumenti elettrici ed ho usato un mandrino a mano da orologiaio per praticare i due fori, con una punta da 1.25 mm, appena accennati in profondità, giusto per far entrare le punte della chiave.




So che non è un'operazione "filologica" ma era l'unico modo di salvare un obiettivo altrimenti destinato alla spazzatura.

Smontata la ghiera finalmente è risultato accessibile il gruppo ottico anteriore, che si smonta con chiave a compasso.





Gli obiettivi Hasselblad sono stati progettati e realizzati per garantire la massima semplicità operativa a chi dovesse occuparsi della loro manutenzione.
Con pochissime eccezioni (i due teletessar), tutti gli obiettivi hanno i gruppi ottici anteriore e posteriore premontati su canotti di ottone (poi diventati di plastica con la morte di Victor e l'avvento della serie CF) in modo che possano essere tolti senza dover scomporre (e poi riallineare) le singole lenti.




Fortunatamente le muffe erano deboli, già morte, ed avevano "infestato" soltanto le lenti esterne, questo mi ha consentito una facile pulizia con isopropanolo senza dover smontare i gruppi. Per sicurezza poi ho esposto i gruppi ai vapori di formaldeide per scongiurare future recidive.




La campana è tenuta da tre viti che si erano allentate (succede abbastanza spesso con i distagon e con i teletessar), ed è stato facile rimuoverla. Immediatamente sotto la campana altre tre viti tengono in posizione le due ghiere tempi e diaframmi e bisogna stare attenti ad una molla che carica la sferetta del movimento a scatti, che può saltar via facilmente.

Lo scoglio veramente duro arriva quando si deve accedere all'otturatore.

Come si vede da questo esploso, l'otturatore è protetto da una cassa in lega di alluminio che ha anche lo scopo di mantenere avvitato il gruppo ottico anteriore. In questo modello specifico il gruppo è avvitato ad una ghiera di ottone a sua volta avvitata nella cassa. E' la costruzione speciale degli otturatori prediaframmati usati anche sui due s-planar. Si dicono prediaframmati perché il diaframma non si apre al massimo, ma rimane leggermente chiuso, nascosto poi da un anello delimitatore. In questo modo hanno potuto sfruttare al massimo il progetto anche a tutta apertura, dove solitamente si ha la peggior resa, migliorandola con una prediaframmatura.


Questa cassa, o calotta che dir si voglia, è avvitata sul supporto tramite una serie di viti che non sono tutte uguali per forma e lunghezza, inoltre due di queste viti mantengono in posizione le due molle che servono ad accoppiare le ghiere tempi e diaframmi (045 e 046 nell'esploso).



La calotta ha una serie di piedini forati perimetrali a sbalzo sui quali vi sono i fori per le viti, e questi piedini interferiscono con alcuni elementi dell'otturatore (la levetta autoscatto-flash VXM, ed il relativo pulsante, la preselezione del diaframma, il contatto pc-sync, il connettore isolante in plastica del contatto pc-sync (unica parte in plastica in tutta la costruzione).
Inoltre la levetta della selezione dei tempi scorre in una feritoia posta a metà altezza della cassa.

A prima vista è impossibile estrarre questa cassa, ogni tentativo errato comporta potenziali danni a tutti gli elementi in interferenza.
Esiste uno ed un solo modo per estrarla, e poiché questa manovra non è documentata in nessuno dei manuali di cui dispongo, all'inizio è stato veramente arduo, tanto che più volte ho rinunciato. Poi ho comprato un obiettivo rotto per fare esperienza e dopo ore di tentativi ho scoperto come fare. Ora impiego pochi secondi a toglierla, ma ho vissuto momenti di grande sconforto.

Ecco quindi la cassa estratta ed accanto tutte le viti nell'esatto ordine in cui vanno messe; questo è un altro aspetto critico perché alcune viti sono più lunghe di altre e se erroneamente montate al posto di quelle corte, uscirebbero dalla platina dell'otturatore, andando a danneggiare i delicati indici mobili della profondità di campo che si trovano "al piano di sotto".





Tolta quindi la cassa si accede finalmente all'otturatore. Il precedente manutentore ha pensato di scrivere a matita la data dell'ultima revisione: 11-6-1990. Ventisette anni or sono. Nonostante questo l'incredibile robustezza costruttiva permette di riportare questi obiettivi al loro normale funzionamento in breve tempo (se non vi sono rotture di pezzi, cosa peraltro rara).




Il grande anello ramato sotto il paraluce nero è la ralla che regola i tempi di scatto, tramite una serie di asole sagomate che impegnano, a seconda dei tempi scelti, il gruppo dei tempi lenti oppure quello dei tempi veloci. I due gruppi non lavorano insieme e quello dei tempi veloci è dotato di una levetta che lo disaziona quando entra in funzione l'altro, sempre tramite la grande ralla sagomata. E' una cosa di notevole complessità concettuale.


Smontati l'anello paraluce nero, e tolto l'anello elastico che trattiene la piastra rotante di selezione dei tempi, si accede finalmente alla pregiata meccanica dell'otturatore.




Si riconoscono nell'ordine:

Ad ore 12 il contatto per il flash, con il ritardatore da 15 millisecondi per le lampade al magnesio.
Ad ore 1 il pignone con la molla motrice principale, che apre l'otturatore ed anche il diaframma.
Tra ore 2 ed ore 5 il complicato gruppo dei tempi veloci.
Ad ore 5.30 la coppia di ingranaggi collegati all'alberino di comando che effettuano la carica.
Tra ore 6 ed ore 8 il gruppo dei tempi lenti e dell'autoscatto.
Al di sotto della piastra che regge questi gruppi abbiamo poi la meccanica dell'otturatore e quella del diaframma.






E' tipico negli obiettivi della serie C il difetto che rallenta i tempi più lenti dell'otturatore: 1 secondo, mezzo secondo, un quarto di secondo; per risolverlo occorre lubrificare i perni del relativo ritardatore che sporgono sulla platina con un olio specifico per orologeria (moebius 9010/2, costa venti euro un flaconcino da 3ml) tramite un attrezzo specifico per orologiai detto lubrificatore ad asta.
L'eccesso di olio è molto più deleterio della sua mancanza, perché col tempo imbratta otturatore e diaframma incollandoli e richiedendo poi uno smontaggio totale di tutto l'otturatore che è estremamente oneroso (che vada bene 4 ore di lavoro).
La lubrificazione invece richiede pochi minuti se otturatore e diaframma sono puliti.

Fatto questo si ripulisce la superficie delle platine con un panno che non lasci filacce e ci si appronta a richiudere la cassa, badando con molta cura all'allineamento dei due ingranaggi, il più piccolo dei quali è collegato al pignone di ricarica. Un solo dente di disallineamento comporta l'alterazione di tutta la complessa sincronizzazione delle operazioni della fotocamera, rendendo inutilizzabile l'obiettivo.





Prima di richiudere la malefica cassa protettiva è bene provare tutti i tempi dell'otturatore, la manovra del diaframma ed il funzionamento della prechiusura, altrimenti bisognerà nuovamente rimuovere la cassa per sistemare quello che non va.

Ecco la cassa rimontata.





Sistemato il funzionamento dell'otturatore si passa alla lubrificazione dell'elicoide di messa a fuoco.

Anche in questo caso vi sono notevoli insidie: la filettatura dei manicotti di messa a fuoco non ha un solo principio, come nelle viti, ma ne ha molti di più, per consentire con una breve rotazione una notevole escursione.
Negli obbiettivi hasselblad si arriva ad avere sino a 21 principi per il distagon 40, il che significa che se si estrae il manicotto senza segnare accuratamente il punto di ingresso, si hanno 21 possibilità di montaggio delle quali una sola è giusta, tutte le altre alterano la scala metrica di messa a fuoco; inoltre l'abbocco delle parti filettate è difficilissimo, perché richiede di presentare i pezzi perfettamente allineati tra loro, pena il danneggiamento di qualche principio.
Gli obiettivi di lunga focale (dal planar 80 in poi) hanno addirittura un doppio elicoide concentrico, la cui messa a punto può far venire la febbre a chi non abbia l'esperienza e la manualità necessarie.

Raramente estraggo i manicotti, lo faccio solo nei casi peggiori, quando il movimento è estremamente ruvido o bloccato.
In questo caso il movimento era accettabile, quindi ho estratto il manicotto sino al limite massimo di escursione senza toglierlo, provvedendo con uno spazzolino ed uno straccio inumidito con etere di petrolo alla rimozione del vecchio grasso e della sporcizia.






Una volta pulita la filettatura, ho applicato il grasso nuovo (è un grasso industriale per applicazioni estreme):





Poi ho fatto distribuire il grasso manovrando la messa a fuoco più volte e rimuovendone infine l'eccesso.

Già che ero "al piano di sotto" ho lubrificato la camma che sposta gli indici mobili della profondità di campo, che è particolarmente delicata e si vede nella foto sopra ad ore 6.

Infine ho rimosso i funghi anche dal gruppo ottico posteriore.





Poi ho rimontato provvisoriamente il gruppo ottico anteriore per evitare che la polvere arrivasse sulle lame dell'otturatore.





A questo punto è rimasta da raddrizzare l'ammaccatura sulla campana.

Ho preparato un listello di faggio (legno duro) lungo una trentina di centimetri, spesso 1,5x1,5 cm, rastremato leggermente in punta e l'ho stretto in una morsa da banco. Poi ho appoggiato il bordo della campana sul listello e con un martello con punte in plastica dura da mezzo chilo ho ribattuto l'ammaccatura con colpi leggerissimi, ruotando continuamente la campana avanti e indietro.
Le ammaccature erano due, non una, e con questo sistema le ho perfettamente raddrizzate.

Ovviamente la filettatura non poteva essere rimasta intatta, ed ho dovuto ripristinarla, non con quegli attrezzini di alluminio cinese che vendono su ebay, ma con una "lima ripristino filetti" in acciaio duro che non è nemmeno facilissima da usare a mano libera.




Rimane solo un problema: la lima ha asportato l'anodizzazione dell'alluminio nelle parti dove ho corretto la filettatura, rendendola più tenera e mostrando il colore del metallo.
Il colore non è un problema, basta la punta di un pennarello permanente, quando alla delicatezza della filettatura, visto che al massimo ci si avvita un paraluce, ritengo che sia del tutto trascurabile.
Naturalmente ho ripetuto l'aggiustaggio della filettatura sino a quando l'anello portafiltri si è avvitato correttamente.

Infine la prova generale sul corpo macchina, e poi la spedizione all'impaziente ragazzo, che ha letteralmente patito le pene dell'inferno sino a quando non lo ha ricevuto!


Ecco il lavoro finito.